Nei giorni che precedono Ognissanti i cimiteri si riempiono di persone con un secchio in mano. Si va a trovare chi non c’è più, si cambiano i fiori, e spesso ci si accorge che la lapide non è più come la si ricordava: il bianco si è fatto grigio, lungo un bordo è comparsa un’ombra scura, sotto il vaso c’è un alone che l’anno precedente non c’era.
Il desiderio di rimetterla in ordine è fra i più comprensibili che ci siano. Una tomba è il luogo in cui il ricordo di una persona ha una forma che si può toccare, e vederla segnata pesa. Ed è proprio lì che nascono gli errori più dolorosi, perché nascono dalla cura.
Per le lapidi il materiale più usato è il granito. Le poche in marmo bianco sono anche le più delicate, perché il marmo è carbonato di calcio, la sostanza che gli acidi sciolgono, e all’aperto vive una vita molto più dura di quella di un piano di casa: pioggia, gelo, sole pieno d’estate, foglie, cera, acqua che ristagna nei vasi. Molti dei segni che compaiono sulla sua superficie non chiedono di essere tolti, e alcuni sono la pietra stessa che sta cambiando.
In queste righe parliamo di come pulire il marmo bianco delle tombe partendo da qui: da che cosa si vede su una lapide, da che cosa la rovina e dal perché. Se alla fine resta un dubbio su quella che avete davanti, i marmisti di Navoni Marmi, che realizzano lapidi e monumenti in marmo e granito a Cernusco sul Naviglio, possono guardarla con voi.

SOMMARIO:
Come pulire il marmo bianco delle tombe: alcuni consigli utili
Che cosa segna il marmo bianco di una tomba
Come pulire il marmo bianco delle tombe: i prodotti e l’attrezzatura
Marmo e granito sulla stessa tomba
Come effettuare la pulizia: quando è la pietra a chiedere di fermarsi
Navoni Marmi, specialisti delle lavorazioni artistiche in marmo e granito
Pianificare la pulizia
La prima domanda non riguarda il come, ma il se. Una lapide che si è scurita in modo uniforme, senza macchie e senza cambiare al tatto, sta invecchiando come invecchia ogni pietra all’aperto. Quel velo non la danneggia: è il tempo che passa anche su di lei, lo stesso che passa sulle facciate delle chiese e sulle statue delle piazze.
Il discorso cambia quando la pietra non si è solo scurita ma ha cominciato a trasformarsi, e qui conta una cosa che il mestiere insegna presto: sul marmo esterno ogni lavaggio energico porta via qualcosa. Poco, invisibile la prima volta. Una lapide strofinata con forza a ogni ricorrenza, però, dopo dieci o vent’anni ha perso il levigato, poi la nitidezza degli spigoli, e infine la profondità delle lettere incise.
Per questo l’idea di una pulizia regolare è meno innocua di quanto suoni. Sul marmo di una tomba la regolarità pesa meno della misura: una pietra toccata di rado e con mano leggera arriva lontano, mentre una pietra lavata con impegno ogni anno invecchia prima del tempo.
Guardare, del resto, dice più di quanto sembri. Il cimitero è un ambiente diverso da qualunque altro: sulla stessa pietra si incontrano la natura, le cose che portiamo noi e il metallo delle decorazioni. Ognuno di questi lascia un segno suo, e segni diversi reagiscono in modo diverso a quello che si fa per toglierli.
Che cosa segna il marmo bianco di una tomba
Una lapide racconta molto a chi sa leggerla, e quasi tutto quello che racconta passa dal colore e dalla posizione dei segni.
Il grigio diffuso, uniforme, più intenso sulle superfici orizzontali, è polvere e particellato dell’aria che la pioggia deposita e non riesce più a portare via. Nei cimiteri di città è il segno più comune e anche il meno preoccupante: sta sopra la pietra e non la intacca. Si raccoglie dove l’acqua si ferma invece di scorrere — il piano di una lapide coricata, il bordo superiore di una stele, l’incavo di una lettera incisa — e per questo disegna spesso una mappa fedele di come la pioggia si muove su quel monumento. Cambia anche con lo stato della superficie: sul marmo ancora lucido si posa e basta, su un marmo che negli anni ha perso il levigato trova una trama minutamente scabra a cui aggrapparsi, e lo stesso grigio diventa più tenace.
Il nero o il verde a chiazze, concentrato sul lato rivolto a nord, sotto un albero o nella parte bassa vicino alla terra, è quasi sempre materia viva: alghe e licheni che si ancorano alle irregolarità del marmo e crescono dove l’umidità resta a lungo. Il lichene forma croste aderenti che possono essere nere ma anche grigie, gialle o arancio, e che vengono facilmente scambiate per macchie di colore. Il nord c’entra perché è il lato che asciuga per ultimo: l’umidità che resta dopo una pioggia conta per loro più della temperatura e più della luce. E conta la superficie: su un marmo ancora lucido faticano ad attecchire, su un marmo che il tempo ha aperto trovano appigli minuti in cui l’acqua si trattiene. Il lichene, poi, lavora anche in profondità: produce acidi deboli che nel tempo intaccano il carbonato di calcio sotto di sé, e quando la crosta si stacca porta via un velo di pietra. È la ragione per cui una lapide liberata di colpo dai licheni può apparire, sotto, più consumata di quanto fosse prima. Lo stesso fenomeno, su una pietra molto più porosa, lo abbiamo descritto parlando del travertino esterno annerito.
C’è infine un nero che non è né polvere né materia viva, e che sulle tombe più vecchie si incontra spesso: quello delle parti riparate. Sotto un cornicione, dentro una modanatura, nel lato di un monumento che la pioggia non lava mai per davvero. Lì il marmo non si limita a sporcarsi, reagisce. Gli ossidi di zolfo che l’aria si porta dietro, a contatto con l’umidità, trasformano lentamente il carbonato di calcio della superficie in gesso: una sostanza più voluminosa, più solubile e molto più avida di polvere. Si forma così una crosta scura, spesso dura al tatto, che ingloba il particolato e che non sta sopra il marmo — è fatta con il marmo. Spiega una cosa che a prima vista sembra rovesciata: sullo stesso monumento le parti battute dalla pioggia restano chiare e quelle protette anneriscono. E spiega perché quel nero non viene via come viene via la polvere: sotto la crosta la superficie originale non c’è più.
Le colature verde-azzurre che scendono sotto una lettera in bronzo, un portafoto o una lampada votiva vengono dal metallo. La pioggia che bagna il bronzo si carica di sali di rame e li deposita sul marmo, dove penetrano nella pietra. La forma le rende riconoscibili: nascono proprio sotto il metallo e scendono nella direzione in cui scorre la pioggia. Le colature color ruggine raccontano invece del ferro di un portavaso, di una catenella, di un’inferriata.

Poi ci sono le tracce di chi viene a trovare. La cera dei lumini che cola e si indurisce sul piano, la fuliggine che annerisce il marmo sopra la fiamma, gli aloni rotondi lasciati dai vasi, le macchie bruno-aranciate di fiori e foglie rimasti a macerare nell’acqua. Sono segni affettuosi, e sono anche fra i più facili da peggiorare, perché la tentazione di grattarli via è forte e il marmo sotto la cera è quasi sempre più tenero di quello che serve a staccarla.
Il giallo sul marmo bianco ha più origini, ed è uno dei casi in cui l’occhio inganna di più. Può venire da minuscole inclusioni di ferro presenti nella pietra stessa, che col tempo si ossidano; da vecchi protettivi o cere che all’aperto ingialliscono; dall’acqua dei vasi. Da lontano si somigliano. Da vicino il primo segue le venature della lastra, il secondo copre la superficie come una pellicola uniforme, il terzo disegna il contorno di dove il vaso è stato appoggiato.
Resta il segno più importante, che non ha un colore. Il marmo bianco esposto per decenni al sole e al gelo può perdere coesione in superficie: i cristalli che lo compongono si allentano fra loro e la pietra assume un aspetto ruvido e farinoso, simile a zucchero compattato. Al tatto rilascia granelli, gli spigoli si arrotondano, le lettere perdono nettezza. Il meccanismo sta dentro la pietra. Il marmo è un intreccio di cristalli di calcite saldati fra loro, e ogni cristallo, scaldandosi, si dilata più in una direzione che nelle altre: il sole d’estate e il gelo d’inverno, ripetuti anno dopo anno, aprono fra un cristallo e l’altro microfratture che l’acqua allarga ogni volta che gela. La pietra non si rompe, si scuce, un cristallo alla volta e a partire dalla superficie. È una pietra che si sta consumando molto lentamente, e ogni azione meccanica, anche una spugna, ne porta via un poco. Nessun prodotto ricuce quello che si è allentato: al massimo lo bagna. Sulle lastre più sottili gli stessi sbalzi di temperatura possono produrre anche un’altra conseguenza, meno nota: la lastra che si incurva, con una leggera pancia al centro.
Come pulire il marmo bianco delle tombe: i prodotti e l’attrezzatura
Prodotti e attrezzi sono la parte che quasi tutti cercano, e quella in cui i consigli che circolano si contraddicono di più. Qui li guardiamo dal lato che conta per una pietra delicata: che cosa le fa danno, e perché.
Le sostanze da NON usare
Gli acidi sono il primo nemico del marmo, e sono anche i più presenti nelle pulizie di casa: l’aceto, il limone, i prodotti anticalcare, molti detergenti che promettono di far brillare. Sul marmo lucido di una lapide un acido lascia un’opacità che ricalca il percorso del liquido. Sul marmo già invecchiato fa di peggio, perché attacca i cristalli proprio là dove si stanno separando e accelera lo sfarinamento.
Un prodotto può rovinare il marmo anche senza essere acido, se è aggressivo. Quelli a base di cloro, o fortemente alcalini, non sciolgono il marmo come fa un acido, ma su una superficie esterna, resa porosa dagli anni, scendono in profondità. Quello che non viene portato via dall’acqua resta nei pori, e i sali che lascia possono tornare in superficie come aloni biancastri anche a distanza di mesi. In un cimitero, fra una fontanella lontana e un secchio solo, raramente la pietra riceve tutta l’acqua che servirebbe.
Poi ci sono gli abrasivi: polveri, creme ruvide, spugne dure, pagliette. Su una superficie lucida rigano e opacizzano, su una superficie già farinosa asportano materiale. Le pagliette metalliche, in più, abbandonano nella pietra minuscoli frammenti che con l’umidità arrugginiscono, e che mesi dopo compaiono come puntini bruni senza che nessuno li colleghi più alla loro origine.
Le sostanze da usare: perché su una lapide non esiste un prodotto buono per tutto
La domanda più frequente, a questo punto, è quale prodotto sia quello giusto. La risposta onesta è che dipende da che cosa c’è sulla pietra, e per questo in queste righe i segni vengono prima dei prodotti. Un lichene, una colatura di rame, la cera di un lumino e un marmo che si sfarina sono quattro situazioni diverse, e in qualche caso opposte: ciò che su una macchia organica è innocuo, su una pietra che ha perso coesione può essere il colpo che la rovina.
Una parola la merita il bicarbonato, che si trova consigliato ovunque come rimedio delicato. La sua fama nasce in cucina, e sulla ceramica di un lavello è meritata. Sulla lapide il punto è un altro. Il bicarbonato si usa quasi sempre strofinando, e su un marmo che ha perso coesione è lo sfregamento, qualunque cosa si usi, a staccare i cristalli. Inoltre è un sale: se non viene risciacquato fino in fondo, quello che resta nei pori può ricristallizzare e riaffiorare.
Vale per molti rimedi tramandati fra parenti e vicini di tomba: sono stati pensati per una superficie e per uno sporco precisi, e una lapide invecchiata raramente è quella superficie. Quando un segno resiste, o non si capisce che cosa sia, è il momento di farlo vedere a un marmista: su una tomba un tentativo di troppo lascia una traccia che resta.
L’attrezzatura: quello che il marmo di una tomba non sopporta
La fontanella del cimitero è comoda, ma l’acqua dei nostri acquedotti è spesso ricca di calcare. Asciugando sulla pietra lascia un velo biancastro, quasi invisibile sul marmo bianco e molto evidente sul granito scuro e lucido, dove ridisegna fedelmente le colature del lavaggio.

Tutto quello che lavora per forza o per sfregamento lascia sul marmo segni più duraturi dello sporco che voleva togliere. I graffi di una setola dura o di una lama passata per staccare la cera, alla luce radente, restano visibili per sempre. I getti d’acqua potenti fanno sul marmo di una tomba quello che fanno su qualunque pietra all’aperto: aprono la superficie e la preparano a sporcarsi più in fretta.
Su una tomba esiste però un rischio che su nessun’altra pietra c’è: le lettere. Le iscrizioni incise sono spesso ripassate con vernice o con foglia d’oro, le lettere applicate sono in bronzo e fissate con adesivi, le fotografie in ceramica sono incollate al marmo. Sono le parti più preziose della lapide, perché portano il nome, e sono anche le più fragili: una pulizia pensata per il marmo può scolorire un’incisione, sollevare una doratura o indebolire un incollaggio. Quello che su un davanzale sarebbe un difetto estetico, qui tocca la memoria.

Marmo e granito sulla stessa tomba
Non tutte le tombe sono fatte di una sola pietra. Capita che al granito della base si accompagni una lapide o una scultura in marmo bianco — il primo scelto per la resistenza, il secondo per la luce — e in quel caso sulla stessa sepoltura convivono due materiali che reagiscono in modo quasi opposto.

Il granito è una roccia fatta in gran parte di minerali silicatici, più dura del marmo e indifferente agli acidi di uso domestico. Ha però i suoi punti deboli: le varietà chiare possono assorbire e macchiarsi, quelle scure e lucide mostrano ogni alone d’acqua e di calcare. Sotto quel nome, poi, nel linguaggio dei marmisti stanno anche pietre che in senso geologico granito non sono, come abbiamo raccontato a proposito del granito per il top della cucina. Il marmo, al contrario, sopporta male proprio gli acidi e lo sfregamento.
Nei cimiteri il granito si incontra spessissimo, anche nelle tonalità scure, e la ragione sta tutta in come è fatto. I minerali che lo compongono — quarzo e feldspati soprattutto — sono molto più duri della calcite e non vengono sciolti né dalla pioggia né dagli acidi che si usano in casa: quello che sul marmo lascia un’opacità permanente, sul granito in genere non lascia traccia. La superficie lucida, per la sua parte, è compatta e assorbe poco, e dove l’acqua non si trattiene fanno più fatica anche le alghe e i licheni. Nemmeno il colore scuro teme il sole quanto si crede: quel colore non è una mano di qualcosa stesa sopra, sono i minerali stessi di cui la roccia è fatta, e non sbiadiscono. All’aperto, insomma, il granito regge molto più a lungo. Il conto lo paga altrove, e non sulla tenuta: su una superficie scura e lucida ogni velo di calcare e ogni colatura d’acqua restano visibili, mentre le stesse tracce su un marmo bianco quasi non si notano.

Sulla tomba questo ha una conseguenza molto concreta: non esiste un gesto che vada bene ovunque. Ciò che sulla base in granito è innocuo, se schizza o cola sulla lapide in marmo la intacca. Un prodotto capace di togliere l’alone dal granito scuro può segnare il marmo che gli sta accanto. È il caso in cui distinguere le due pietre conta di più, e in cui l’occhio, su superfici invecchiate e sporche, sbaglia più spesso.
Il perché il marmo reagisca così agli acidi, e come si distingue un deposito da una superficie corrosa, lo abbiamo spiegato a proposito di come togliere il calcare dal marmo: il principio è lo stesso, anche se lì la pietra sta dentro casa.
Come effettuare la pulizia: quando è la pietra a chiedere di fermarsi
Su una pietra che sta all’aperto da decenni la stessa sequenza di gesti può essere innocua o dannosa a seconda dello stato in cui si trova, e quello stato da una pagina non si vede. Per questo la parte più utile, qui, è riconoscere i segni che dicono che la lapide ha bisogno di essere guardata da vicino da chi la conosce, e non di essere pulita.
Una superficie farinosa, che rilascia granelli. Spigoli che si sgretolano o sottili scaglie che si staccano. Crepe, anche sottili, che attraversano una lastra o ne percorrono uno spigolo. Una lastra incurvata. Lettere che hanno perso la vernice o la doratura, fotografie che si muovono, fughe aperte fra una lastra e l’altra, da cui l’acqua entra nel monumento e raggiunge quello che c’è dentro.
In tutti questi casi qualunque pulizia rischia di portare via qualcosa che non torna: materiale, nitidezza, a volte una parte del nome.
E ci sono segni che non chiedono affatto di essere cancellati. La patina uniforme che il tempo ha steso su una lapide di cinquant’anni fa parte della sua storia, come il bronzo lucidato dalle mani sui piedi di certe statue. Un marmo vecchio riportato a un bianco perfetto, a volte, è un marmo che ha perso qualcosa per strada. Chi si chiede come sbiancare il marmo di una tomba antica fa bene a chiedersi anche se la pietra, così com’è, non stia già dicendo quello che deve.
Navoni Marmi, specialisti delle lavorazioni artistiche in marmo e granito
Lavoriamo il marmo e il granito a Cernusco sul Naviglio dal 1930: quattro generazioni di marmisti che si sono passate mestiere, mani e memoria di bottega. Una parte di quel mestiere, da sempre, è la lavorazione artistica della pietra per l’arte funeraria.
Una tomba non si trascura quasi mai davvero. Ci si torna, si porta un fiore, ci si ferma un momento. È un luogo che si cura con le mani, ed è giusto che sia così. Il marmo che la custodisce, però, chiede una cura diversa da quella di una casa: più sguardo e meno forza, più pazienza e meno prodotti.
Se la pietra di una tomba che vi è cara vi preoccupa, perché ha cambiato colore, perché al tatto si sfarina o perché una lettera non si legge più come prima, potete scriverci anche solo per chiedere se quello che vedete è normale per una pietra della sua età. E se quello che avete davanti è un problema e non il tempo che passa, si parte da lì: guardando la pietra e quello che ha, si valuta insieme come procedere.
A volte la risposta più utile è proprio quella: che quel segno è il tempo, e che la pietra sta bene così.